Edgar è un uomo colombiano che ha trascorso gli ultimi 11
anni della sua vita come detenuto presso il carcere di Rebibbia. Ora sconta gli
ultimi mesi della sua pena in libertà vigilata. Ogni giorno è una piccola
conquista in più verso la libertà, una riscoperta della sacralità che si cela
dietro ogni gesto quotidiano. Cosa diventano la solitudine e la determinazione
quando il tempo si dilata e i giorni sono densi di silenzio? Cosa vuol dire
ricostruirsi un’identità e ridisegnare una vita dopo un’esperienza così
totalizzante? Questo reportage vuole fornire uno spaccato su una vicenda umana
che ha più interrogativi che risposte, e di certo molte sfide. E’ un percorso in cui si
intrecciano sbaglio e redenzione, fiducia e titubanza, coniugazione di passato
e presente, dove ogni sussulto nasconde l’unico enorme desiderio di sentirsi
vivi.
venerdì 23 maggio 2014
mercoledì 21 maggio 2014
Sara Rossetti - Città Giardino
40.000 anime tra i Castelli Romani e il Grande Raccordo
Anulare. Tre stazioni ferroviarie, un aeroporto internazionale. Stratificazioni
edilizie che vanno dai reperti archeologici di età romana al boom edilizio
popolare degli anni ’80, che fanno di questo comune satellite della Capitale un
caso esemplare di paesaggi ora desolati ora sorridenti che si intersecano.
Ma che cosa vuol dire vivere e crescere
a Ciampino? Che cosa vuol dire fare il pendolare? Qual è il significato della
vita in periferia, quando l’identità reale o presunta del territorio è quella
di una “borgata castellana”?
Questo progetto fotografico azzarda risposte a queste domande osservando le
strade, le architetture, le mura, tutto l’arredo urbano e, inevitabilmente, la
presenza umana presente e passata.
Andare su e giù a Ciampino, per 25.000 lire al mese, come
faccio, è una cosa insopportabile. Eppure la sopporto... (P. P. Pasolini,
1954)
lunedì 28 aprile 2014
Monica Ranieri - Un paguro oltre lo specchio
La pioggia tamburella sui miei pensieri, bagna di malinconia possibilità sognate, e con alle spalle un sogno, attendo un risveglio in un’ora che continua a sfuggire, mi rifletto nei miei desideri, mi protendo ad afferrare luci nell’oscurità e udire voci nel silenzio, che mi lascino intravedere un passaggio per attraversare lo specchio. E mi porto dietro cicatrici, la sensazione di essere ancora nel pieno della vertigine, o dell’estasi, sospesa tra il bianco ed il nero, immersa nelle sfumature, confusa tra linee che sembrano solo incrociarsi e perdersi, illusoriamente. Attratta dall’eterno ritorno del cerchio, indecisa se rimanere sul bordo, o saltare dentro.
Sono schegge, frammenti, segnali nel silenzio, luci nell’oscurità, illusioni. Aggrapparsi a sogni, desideri, ricordi, quando tutte le certezze intorno sono svanite ormai da tempo, e il dubbio, l’incapacità di andare avanti, di agire, formano la mente e scandiscono interminabili ore in cui la vita pure va avanti, regalando tesori che avidamente assaporiamo senza riuscire ad essere per loro una casa. Continuando a trovare rifugio in nascondigli di silenzio e di invisibilità, con l’ansia costante di trovare un modo per uscire, per brillare, per parlare, per danzare, per conquistare un nuovo modo di essere, di guardare, per riuscire finalmente a riflettersi in qualcosa,senza catene, senza filtri, per essere liberi.
Monica Ranieri - Via dei Savorgnan - Certosa
Sorvolarla, percorrerla virtualmente, da centinaia di chilometri di
distanza, con l’aspettativa di ciò che nella città eterna può accoglierti, e
ritrovarti ad averne quasi paura… poi raggiungerla in macchina, di sera,
frettolosamente, e pensare ad uno di quei piccoli centri di passaggio lungo
arterie provinciali, forse un po’ sporchi, trascurati, abituati al passaggio ma
sempre diffidenti… giungerci poi trascinando un bagaglio per rimanerci, per
mettere per qualche tempo radici, e sgranare gli occhi per i sacchi di
immondizia ammonticchiati e i manifesti di protesta scritti a mano contro
l’amministrazione municipale assente, indifferente…ed infine, giorno dopo
giorno, percorrerla, respirarla, averla nel cuore e nella mente come casa, pur
da straniera, avvertire una sorta di abbraccio che dalla solitudine ti attrae
verso la scoperta di un mistero che pulsa, pullula, sorride, e suggerisce memorie,
speranze, attese, forse anche fratture. Quale memoria, quale frattura conserva
e rende sempre attuale il murales dipinto sulla facciata cieca della palazzina
che si affaccia sulla piazza...una piazza di cui ci si dimentica il nome
ufficiale, perché per tenere viva, insieme alla memoria, l’indignazione e la
passione qui la gente ha deciso di ribattezzarla “Piazza Ciro Principessa”. Un
nome, ed un volto che veglia ancora sulle vivaci riunioni di quartiere,
indipendenti e combattive, così come le madonnine delle edicole: da un lato e
dall’altro della piazza, scorre la strada, e lungo di essa il bisogno di
riconoscersi, di radicarsi, di curare se stessi insieme a lei, di proteggerla e
rivendicare il diritto a viverla, insieme, a condividerla. Da un paese sembra
provenire l’aria quasi di famiglia che si respira, nel cuore di uno dei
quartieri più caotici di una grande metropoli: con i suoi silenzi nelle ore
notturne e del primo pomeriggio, interrotti dallo sferragliare dei treni sui
binari poco distanti e dal tuonare degli aerei che in modo surreale volano
troppo bassi, dal canto del gallo e degli uccellini. Di un paese è la
sensazione quando lo sguardo si perde rincorrendo i gatti che saltano sornioni
di tetto in tetto, che sostano lungo la via nelle loro regali e e fiere pose,
davanti alle case spesso ad un piano, raramente più alte di due piani, con i
loro terrazzini e i panni stesi, i giochi dei bambini abbandonati in attesa,
piene di voci che invadono la strada, voci che intrecciano spensieratezza ad irrequietezza,
e ricordi di paesi lontani che qui giungono per ricominciare. Voci, ed odori,
che abitano l'aria, dalla trattoria romana in cui campeggiano bandiere del Che
all’imperante soffritto della cucina bangladese e cinese che ti accoglie
all’angolo, mentre nel via vai, ora lento, ora più frenetico odori e voci si
concentrano a lungo, insieme ai volti ed ai gesti che li rendono movimento e
storia, davanti al tabacchino, al bar, dove l’anziana signora la mattina fa
colazione in vestaglia e si siede, serena, ad aspettare qualcuno, o la sera
davanti a Chourmo, l’enoteca che da Marsiglia prende il suo nome: “per finirci
dentro non c’era bisogno, come secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre.
No, oggi basta essere giovani, immigrato o non..lo scopo di Chourmo era che la
gente si incontrasse, si immischiasse, degli affari degli altri e viceversa”. E
la gente si immischia negli affari che diventano di tutti quando c’è da
rivendicare l’area pubblica che il comune ha voluto trasformare in un
parcheggio e che la musica e le cene organizzate di tanto in tanto riaprono
alla comunità, come accade, sempre e ancora in piazza Ciro Principessa.
“Esisteva uno spirito Chourmo. Non eri di un quartiere, di una città. Eri
Chourmo, nella stessa galera, a remare. Per uscirne fuori insieme”. O per
rimanerci, dentro, anche quando così apparentemente “diversi”, e “stranieri”,
insieme.
martedì 22 aprile 2014
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